Le dichiarazioni di Vladimir Putin in occasione della Giornata della Vittoria avevano momentaneamente alimentato l’ipotesi di una possibile finestra diplomatica nel conflitto in Ucraina. In quell’occasione, il presidente russo, descritto da alcune indiscrezioni come sempre più isolato e politicamente indebolito, aveva lasciato intravedere una disponibilità, almeno formale, a coinvolgere l’Unione europea in eventuali colloqui di pace. Tale narrazione si è rapidamente scontrata con la realtà del campo di battaglia.
Nel giro di pochi giorni, ogni spiraglio si è richiuso. Alla presentazione russa del nuovo missile balistico intercontinentale Sarmat – letta da molti osservatori come un segnale di ulteriore deterrenza strategica – è seguito uno dei più gravi attacchi degli ultimi mesi contro Kyiv. Un bombardamento massiccio che ha colpito la Capitale ucraina nella notte tra il 13 e il 14 maggio, causando almeno 24 morti, tra cui 3 bambini, e la distruzione parziale di un complesso residenziale.
“Una Russia così non potrà mai essere normalizzata – una Russia che distrugge deliberatamente vite e spera di restare impunita. È necessaria pressione. È l’Ucraina che sta difendendo l’Europa e il mondo affinché attacchi di questo tipo, in cui vengono uccisi bambini, non si diffondano ulteriormente”, ha dichiarato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nelle ore successive all’attacco, mentre i soccorritori continuavano a scavare tra le macerie.
Il bilancio finale dell’operazione di ricerca e soccorso nella Capitale ucraina è pesante: 47 feriti e 17 dispersi, mentre intere sezioni di edifici residenziali sono state rase al suolo. Secondo le autorità ucraine, la portata della devastazione sarebbe potuta essere ancora più ampia senza l’efficacia parziale delle difese aeree: 41 dei 56 missili e 652 dei 675 droni lanciati dalla Russia sarebbero stati intercettati o neutralizzati.
Numeri che, da soli, restituiscono la scala di un attacco che le autorità ucraine descrivono come deliberatamente progettato per saturare e sovraccaricare i sistemi di difesa aerea. Una strategia che si inserisce in una fase della guerra sempre più caratterizzata da attacchi combinati su larga scala, in cui missili balistici e sciami di droni vengono impiegati in simultanea.
Sul piano diplomatico, il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha annunciato l’avvio delle procedure per la convocazione di una riunione urgente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di “rispondere alle uccisioni russe di civili ucraini e agli attacchi contro il personale umanitario”. Un’iniziativa che punta a rafforzare la pressione internazionale su Mosca in un contesto in cui le reazioni multilaterali restano frammentate.
Nel frattempo, Kyiv ha avviato la propria risposta militare. Già mentre le operazioni di soccorso erano ancora in corso nella capitale, Zelensky aveva ordinato alle forze di difesa ucraine e ai servizi speciali di “proporre possibili modalità di risposta” all’attacco russo. Una risposta che si è materializzata nelle ore successive con un massiccio attacco con droni contro il territorio russo.
Secondo le autorità locali, nella regione di Ryazan – a circa 450 chilometri dal confine ucraino e non lontano da Mosca – almeno 3 persone sono rimaste uccise e 12 ferite in seguito a un raid che ha colpito anche aree residenziali e infrastrutture energetiche. In particolare, è stato segnalato un incendio nella raffineria della città, uno dei principali impianti del Paese per la lavorazione del petrolio.
Ryazan non rappresenta un bersaglio nuovo nel conflitto. Le sue infrastrutture energetiche sono già state colpite più volte nel corso della guerra, nell’ambito di una strategia ucraina sempre più orientata a indebolire la capacità industriale russa legata al settore energetico, principale fonte di entrate per il bilancio federale.
Negli ultimi mesi, infatti, Kyiv ha intensificato gli attacchi contro raffinerie, depositi e infrastrutture logistiche all’interno del territorio russo, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la capacità di Mosca di finanziare lo sforzo bellico attraverso le esportazioni di petrolio e gas.
Da parte sua, il Cremlino continua a descrivere questi attacchi come “ritorsioni”, nonostante la Russia mantenga dall’inizio del conflitto un’intensa campagna di bombardamenti contro le città ucraine. Una narrazione che si inserisce in un contesto di guerra informativa parallela al conflitto militare, in cui la Russia rivendica azioni difensive mentre continua operazioni offensive su larga scala.
In questo quadro, la prospettiva di una de-escalation appare nuovamente lontana. Le aperture diplomatiche iniziali si sono dissolte nella sequenza di attacchi e contro-attacchi, mentre la guerra continua a espandersi tanto sul piano militare quanto su quello geografico, coinvolgendo sempre più direttamente infrastrutture critiche e aree civili su entrambi i lati del fronte.

